L’atleta moderno è un atleta digitalizzato. Nel testo Sport e GDPR online e offline, scritto a quattro mani con Federica De Stefani, ho cercato di descrivere il suo profilo nel modo più accurato possibile dal punto di vista sociologico, e ho offerto le linee guida per individuare le regole di comportamento online e le indicazioni al corretto utilizzo dei social media e del web.
La sua modalità di azione nei social e in relazione all’utilizzo dei servizi del web, dalle chat alle dirette su piattaforme come Instagram, fino alla nuova frontiera aperta con il social vocale Clubhouse, si deve allineare con l’attività in campo: succede quindi che la sua figura da atleta si sovrapponga con quella più intima di individuo, spesso mettendo a nudo parti private, personali e atteggiamenti che fino a qualche anno fa erano raggiungibili solo attraverso i media tradizionali.

Quindi l’atleta moderno è un atleta più esposto dal punto di vista relazionale ed emotivo. La declinazione della sua immagine attraverso i social è monitorata dal suo pubblico e dagli stakeholder a lui più vicini: club, federazioni e sponsor.

Come spieghiamo nel libro:

L’atleta rappresenta la società stessa e ha degli obblighi morali, etici e di rispetto nei confronti del club, della maglia che rappresenta e anche degli sponsor che investono nella società sportiva.

Così capita che egli possa incorrere nell’errore di pensare che sia lecito esprimere opinioni e libero pensiero rispetto a qualsiasi tema, con atteggiamenti più o meno discutibili e con eccessiva trasparenza rispetto a quello che concerne anche la propria vita privata.

Gli errori commessi in passato da atleti come Nainggolan o Cristiano Ronaldo (che trovate descritti e approfonditi nel libro), o ancora la tensione sui social sviluppata dall’accesa conversazione tra Ibrahimović e Lebron James in riferimento al forte impegno politico della star NBA nella campagna Black Lives Matter, raccontano di un’esposizione che se non controllata può generare una sorta di effetto boomerang sulla propria identità da sportivo.

 

Le conversazioni che sviluppano altre conversazioni: Baron Davis e quella responsabilità verso le nuove generazioni

 

Senza considerare che, soprattutto nel caso Ibra vs Lebron, la conversazione ha coinvolto anche altri attori, come Baron Davis, ex Golden State Warriors, che ha usato twitter per dichiarare: “Zlatan tieni il tuo c**o fuori da Los Angeles. I Galaxy comunque fanno schifo. E sei stupido da morire”.

Anche in questo caso torna utile quanto detto nel testo:

L’atleta si erge come nuovo eroe del mondo moderno e i ragazzi, soprattutto i giovani dei settori giovanili, i piccoli tifosi che sognano di diventare dei calciatori [in questo caso dei cestisti], hanno sotto gli occhi i comportamenti dei loro idoli e da loro apprendono non solo la tecnica in campo ma anche gli atteggiamenti fuori dal campo.

In linea generale non possiamo dimenticare che, soprattutto quando parliamo di stelle che hanno una fanbase importante (il citato Baron Davis ha twittato la frase poco gentile a un milione di follower) il rischio di dare un’immagine sbagliata e messaggi che possono generare hate speech a cascata è molto alto. Tanto per capire: Baron Davis, fuori dalla NBA dal 2016, ha fondato nel 2012 la Baron Davis Enterprises. Ha creato aziende come No Label, che si occupa di premium content, SLIC Studios e The Black Santa Company, una società di new media che crea personaggi originali, animazioni, fumetti, libri per bambini, che celebrano la diversità, il divertimento e la positività. A tutto ciò Baron unisce la sua personale attività come mentor e coach delle giovani promesse del basket americano.

Alla luce di ciò, Baron Davis ha una grande responsabilità nei confronti delle nuove generazioni.

Gli atleti hanno la responsabilità dei propri contenuti divulgati attraverso i mezzi digitali, oltre che delle azioni nella vita reale, e hanno l’obbligo di usare i mezzi di comunicazione moderna tenendo sempre fede all’etica sportiva e considerando l’effetto di tali comportamenti su chi li segue e li osserva dai device mobili e fissi.

Il mio decalogo per una comunicazione non ostile nello sport

 

La pandemia e il lockdown hanno disintermediato il rapporto tra fan e atleti. La necessità di comunicare, che ha coinvolto tutte le persone, si è delineata netta anche nella relazione dei tifosi con i loro “eroi” moderni. Questo spesso ha messo in luce alcune dinamiche linguistiche discutibili per superare le quali bisognerebbe avere bene a mente un decalogo preciso nell’utilizzo delle parole attraverso il web.

Ho partecipato alla realizzazione del Manifesto della comunicazione non ostile nello sport per il quale, in origine, ho creato un decalogo delle dieci regole che tutti gli atleti, professionisti e giovani promesse dovrebbero osservare, in campo e fuori dal campo, mentre scrivono in una chat WhatsApp oppure prima di decidere di postare il proprio pensiero sui social o condividere un contenuto.

 

  1. Virtuale è reale. Non c’è differenza tra gli spalti di uno stadio e la Rete: non posso nascondermi dietro una tastiera perché il web è il mondo reale e i miei atteggiamenti poco sportivi verranno sanzionati, come in campo.
  2. Si è ciò che si comunica. Il mio linguaggio durante un incontro, sia come atleta che come tifoso, disegna la persona che sono. Le parole sono importanti, anche nello sport.
  3. Le parole danno forma al pensiero. È necessario che io rifletta e non mi lasci andare a comportamenti impulsivi, anche durante una partita, prima di parlare e usare le parole come non vorrei fare. Il mio pensiero e le mie parole devono essere coerenti con il mio spirito sportivo, soprattutto nel rispetto dell’avversario.
  4. Prima di parlare bisogna ascoltare. Ascoltare i consigli dell’allenatore, il monito degli arbitri, il punto di vista dei compagni, mi consente di imparare parole nuove. Esse mi aiutano a crescere nello sport non solo tecnicamente ma anche a livello mentale.
  5. Le parole sono un ponte. Non esistono nemici in campo e, se ci sono momenti di tensione durante una gara, devo fare in modo di risolvere le criticità per tornare a giocare sportivamente, senza ostilità e rancori. Le mie parole serviranno a moderare, comprendere e avvicinarmi agli altri.
  6. Le parole hanno conseguenze. Le offese e le ostilità durante un evento di sport avranno conseguenze sia per la mia carriera sportiva, se sono un atleta, sia per la mia squadra del cuore, se sono un tifoso. L’arbitro, garante del corretto svolgimento della gara, ha la facoltà di sanzionare sia i comportamenti degli atleti che dei tifosi.
  7. Condividere è una responsabilità. Sono direttamente responsabile di ogni contenuto che condivido in Rete, soprattutto se racchiude parole ostili e antisportive. Nel caso di denuncia, vengono sanzionati sia i comportamenti del creatore del contenuto che quelli di colui che lo condivide. Sarò molto attento ai contenuti che diffonderò in Rete!
  8. Le idee si possono discutere, le persone si devono rispettare. Nello sport non esistono nemici. Posso tifare per la mia squadra nel rispetto dell’avversario. Avrò sempre cura di non usare violenza verbale verso gli altri, pur continuando a sostenere i colori della maglia che indosso.
  9. Gli insulti non sono argomenti. Non uso il turpiloquio se sono un atleta o se amo lo sport, perché nel concetto di sportività non c’è spazio per gli insulti e le offese.
  10. Anche il silenzio comunica. Di fronte a comportamenti ostili in campo o sulle gradinate allo stadio, preferisco tacere piuttosto di rispondere con altri argomenti ostili e non in linea con il sentimento sportivo. Vivo lo sport lontano dalla violenza, trovando nel silenzio la mia vittoria più bella.

 

La comunicazione nello sport e dello sport deve essere più consapevole, più matura, soprattutto nel rispetto della parte etica che viene mediata dallo sport e che contribuirà alla costruzione di quegli esseri umani che popoleranno la società evoluta del prossimo futuro.

 

Biografia

Autrice, giornalista ed esperta in strategie digitali per lo sport, scrive per la sezione "Sport" del "Messaggero", per Basketinside.com e sul blog SportThinking.

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BIBLIOGRAFIA

 

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