Nel libro #Contaminati tratteggio una serie di abilità che svolgono il ruolo di “agenti della contaminazione”, grazie alle quali ciascuno di noi può assurgere a protagonista di un nuovo Rinascimento potenziale. Tra esse è di capitale importanza il Complex Problem Solving, ovvero la predisposizione a prendere decisioni in situazioni complesse.

Come affrontare la complessità? Con varietà e contaminazione

 

La complessità è l’habitat dove non esistono regole fisse, e più di queste contano le eccezioni. Difatti, un sistema complesso è instabile e non rimane mai uguale a se stesso: più il mondo odierno si fa interconnesso, più genera complessità. Il pioniere della cibernetica William Ross Ashby è celebre per la sua “legge di varietà necessaria”, che recita only variety can destroy variety. Ovvero: per governare una situazione con un alto grado di varietà (quindi complessa), serve qualcuno che disponga di una varietà interna uguale o superiore a quel sistema.

I contaminati dispongono di un’ampia varietà interna, perché vivono esperienze diversificate e sanno osservare un problema da numerosi punti di vista. Tanto che potremmo ribattezzare la legge di Ashby come una “legge di contaminazione necessaria”. Domandatevi: la varietà che riuscite a mettere in campo può battere la varietà del problema e condurvi verso una buona decisione? Your variety can destroy variety?

Possiamo valutare la nostra varietà di pensiero anche esaminando le decisioni che hanno condizionato la nostra vita. Quelle scelte che possiamo leggere a posteriori osservando le variabili meno visibili all’epoca. Riporto un paio di esempi raccolti dalla mia esperienza personale; dopodiché vi invito a immaginare delle situazioni che vi hanno messo fortemente alla prova, portandovi a prendere una decisione che abbia inciso sul vostro futuro.

Quando l’arroganza uccide la contaminazione

 

Quando suonavo con la mia rock band siamo arrivati a un contratto discografico di rilievo. Col senno di poi, mi sono reso conto che abbiamo gestito una situazione complessa mettendo in campo un pensiero limitato. Ecco lo scenario: un discografico famoso ci propose un accordo, molto a suo favore. Noi pensammo di non avere leve contrattuali, che quella fosse l’occasione della vita, che andasse colta al volo senza proporre modifiche all’accordo. Cosicché lasciammo nelle sue mani qualsiasi decisione di sviluppo strategico, di comunicazione e marketing sul progetto della band. Almeno personalmente, mi accorgo oggi di essere stato pigro, presuntuoso e di avere inserito il pilota automatico immaginando un progredire degli eventi a senso unico. Ecco come ha lavorato l’algoritmo della mia mente: produttore importante ci sceglie e investe in noi; noi siamo bravi (visto che ci ha scelto); facciamo quello che ci dice l’esperto e ci preoccupiamo solo di suonare; sarà un successo.

Questo schema aveva funzionato fino a qualche anno prima, ma il contesto stava cambiando a tutta velocità. Era il 2006 e l’industria discografica stava crollando sotto i colpi del digitale, diverse professionalità di settore venivano scardinate. La situazione era rischiosa e delicatissima, urgeva grande consapevolezza. Noi sapevamo che il settore era in crisi (leggevamo articoli di settore e ci confrontavamo con altri cantanti e band in difficoltà), ma volevamo sentirci “artisti”, pensando a suonare e scrivere canzoni, ciò in cui ci sentivamo “esperti”. La squadra del produttore avrebbe pensato al resto. Non ci volevamo contaminare con conoscenze e competenze “da casa discografica”. Molto presto siamo finiti con la testa sotto la sabbia. La situazione è precipitata. A un certo punto ci siamo trovati a non disporre più delle nostre canzoni. Eravamo messi peggio che all’inizio, perdendo in attesa un anno della nostra vita.

Il mio non voler essere contaminato dalle questioni imprenditoriali e di comunicazione, la mancanza di curiosità dettata dalla mia arroganza, mi resero cieco. Può darsi che quel contratto non sarebbe sbocciato in ogni caso, ma avrei potuto cogliere l’occasione per conoscere il settore, capire come stavano effettivamente andando le cose. In questo caso sarei riuscito a lanciare nuove domande sulla scacchiera del possibile: “Il contratto quanto ci vincola? Che cosa potrebbe succedere? Quanto margine d’azione avremmo se dovessimo muoverci in autonomia? Il videoclip musicale è adatto a noi? (Non lo era nel modo più assoluto.) Se il mercato è in crisi, potrebbero emergere nuove opportunità muovendoci in modo diverso? Se non dovesse andare in porto per una fatalità, che cosa potremmo fare?”.

Che cosa ho imparato? Che l’arroganza assassina la curiosità.

Cambiare prospettiva e uscire dal contesto: in una parola, contaminarsi

 

Qualche anno dopo stavo lavorando nel marketing digitale per un’agenzia di comunicazione. Gestivo i social media, campagne pubblicitarie online e contenuti del sito. Mi ci appassionai, e durante i nostri eventi iniziai a parlare al pubblico delle nuove professioni del web; quali erano, quali competenze servivano.

Nel 2011 mi chiesi se con il materiale raccolto potessi proporre a una casa editrice un libro sul tema. Dopo l’entusiasmo iniziale, venni assalito dai dubbi: offrire una panoramica su tutte le nuove professioni digitali era un compito ambizioso in un ramo specialistico. Non avevo mai pubblicato un libro, perché mai avrebbero dovuto considerare un professionista attivo da pochi anni, con un percorso poco ortodosso e non tradizionale? E se anche avessero accettato di pubblicarlo, che cosa avrei potuto dire di utile a un pubblico di esperti?

Mi rivolsi ai miei colleghi, che pur supportandomi mi consigliarono di aspettare per consolidare il mio ruolo e le mie esperienze: “Ti giochi la reputazione, e se nessuno ha ancora scritto un libro del genere è perché non è semplice”. Un amico che aveva pubblicato un testo di medicina aveva le idee chiare e me le espose: per pubblicare un saggio di settore in Italia o sei molto conosciuto o sei uno dei massimi esperti in circolazione, ci hai investito anni, magari decenni della tua vita. Mi sembrava un modello sensato. Insomma, stavo per lasciar perdere.

Per non vivere di rimpianti, però, andai in libreria e cercai ogni possibile testo sull’argomento. Mi studiai tutti gli indici e acquistai i più interessanti. Mi resi conto che quasi nessuno era così “nuovo” e originale come mi sarei aspettato: o apparivano iper-tecnici ma ostici alla lettura, o ultra-vaghi da sfiorare la supercazzola. Forse il ragionamento del mio amico medico era giusto nel suo contesto, ma non nella situazione del mio settore nel 2011?

Buttai giù l’indice, e invece di proporlo a colleghi ed esperti lo mostrai a un gruppo di persone con cui stavo seguendo un corso di scrittura creativa. Uscii dal contesto canonico di settore, contaminando i “compagni di letteratura” con il marketing digitale. Rimasi stupito: la maggior parte si disse interessatissima all’argomento (considerate che nel 2011 gli aspiranti scrittori non erano abituati come oggi all’idea di sfruttare la Rete).

Forse non serviva un libro per esperti, ma per professionisti e persone alle prime armi com’ero io qualche anno prima? Forse un saggio scritto da un autore sconosciuto che aveva sviluppato diverse competenze in poco tempo poteva attrarre un certo pubblico? Forse era quello il momento giusto, proprio perché non esistevano testi di riferimento? Con in tasca queste domande, vedevo le cose da una prospettiva diversa: stavo cercando di ampliare la mia ridondanza cognitiva.

Proposi il libro, che venne accettato. Passai l’intera estate a studiare, a scrivere e intervistare esperti, e furono tra le vacanze più belle della mia vita, perché portavo dentro di me una visione chiara che mi motivava come non mai. La lettura del contesto non era così ovvia, perché il settore stava cambiando. Ma era lì alla portata di chi volesse cercarla, e diceva: “Il momento giusto è ora, non aspettare”. Non l’avessi fatto, probabilmente avrei perso il treno: subito dopo, uscirono diversi libri sulle professioni digitali.

Le nuove professioni del web è uscito a luglio 2012, e lì è iniziato un percorso che mi ha traghettato fino a oggi.

Biografia

Digital Strategist in Newton Spa, sviluppa progetti di cambiamento tecnologico-culturale che vedono protagoniste le nuove professioni e competenze digitali in grandi imprese nazionali e internazionali. Docente e coordinatore scientifico in diversi Master per la Business School del Sole24Ore.

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BIBLIOGRAFIA

   

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