Il futuro dei social va sempre di più verso una realtà virtuale che ci permetterà di essere contemporaneamente o quasi in ogni angolo del mondo. Straordinario, sotto certi aspetti, soprattutto se consideriamo l’opportunità di lavorare, giocare o goderci panorami straordinari, contemporaneamente. Ma siamo davvero sicuri che l’essere in poco tempo e spazio ovunque e poter fare ogni cosa consentita ci consenta davvero di essere social e non si corra il rischio di diventare asocial? Attraverso un viaggio evolutivo da Second Life a Metaverso, analizziamo punti di forza e minacce evidenti che Metaverso potrebbe generare nell’evoluzione dei contenuti sui social media.

Da Second Life in poi, come si trasforma la realtà virtuale

Nel 2003 arriva in Rete Second Life, il “nonno” se vogliamo del futuristico Metaverso. Piattaforma virtuale di gaming, raggiunge il suo picco massimo di utenti nel 2013, con un milione di iscritti, ma si stabilizza nel numero di utenti regolarmente attivi (costantemente online) nel 2017. Rispetto a un classico videogame, in cui si affrontano livelli e difficoltà sempre maggiori, Second Life dà la possibilità di giocare in contemporanea con più utenti e confrontarsi sullo stesso scenario di gioco. Non è l’unico, ma ha la peculiarità di permettere di:

  • teletrasportarsi da un luogo all’altro alla velocità di un click;
  • socializzare pubblicamente e privatamente, con chat scritta o vocale;
  • fare business.

L’ultimo punto è estremamente interessante, vediamo perché.

Come fare business su Second Life

Fare business su Second Life è abbastanza semplice e produttivo. Grazie alla piattaforma, è possibile scambiare beni, servizi e denaro, effettuare webinar, conferenze virtuali in classroom (immaginate zoom con gli avatar e il gioco è fatto), tutto in un’unica piattaforma.

Grazie ai Linden Dollar, la moneta ufficiale di Second Life, abbiamo l’opportunità di trasformare in dollari ed euro ogni transazione che avviene tra residenti.

Il circuito, però, è chiuso. Questo significa che, per esempio, le conferenze virtuali si possono fare solo all’interno della sua app: non è quindi possibile connettersi e potenziare le attività attraverso Zoom, Meet e via discorrendo.

Meta: come Zuckerberg cambia il business e cosa ci si aspetta

Meta nasce come un ecosistema virtuale, nel quale ogni avatar può interfacciarsi con ambienti virtuali o cose. Potremmo dire che è tutto molto simile a Second Life, e invece no. In questo caso, la realtà virtuale è immersiva, ragion per cui la sensazione è di entrare nel meta universo e interagire in tempo reale, come se fossimo proiettati in quella dimensione, in quel dato momento, con quello scenario e con l’interazione diretta e tattile degli oggetti circostanti.

In poche parole, presto saremo virtualmente in mondi diversi, interagendo con zoom, chat vocali, aule virtuali, blockchain, dirette audio video e tutto ciò a cui siamo già abituati in questo presente, come se fossimo all’interno di tutto ciò che fino a questo momento abbiamo visto proiettato sugli schermi dei nostri computer e smartphone. Il metaverso di Zuckerberg ruoterà intorno a tre caratteristiche:

  • Immersione. Grazie alle tecnologie avanzate di VR, entrando in mondi virtuali paralleli, costantemente, potremo vivere più esperienze nell’arco della giornata sia di svago che professionali, senza spostarci. E di conseguenza migliorare la qualità delle interazioni in connessione.
  • Continuità. Avremo la possibilità di interagire con gli strumenti “del passato”, come WhatsApp, Facebook, Instagram, in una realtà virtuale che ci porterà a sentirci tutt’uno con essi. Tante volte abbiamo parlato dei social come estensioni delle nostre parti del corpo: ora le viviamo come tali.
  • Percezione. Questa è una caratteristica molto delicata. Sentiremo di poter essere ovunque, nell’arco della giornata, in connessione con tutti, pur non essendo presenti fisicamente: potremo seguire più attività, personali o professionali che siano, nel giusto tempo e spazio. E con emozioni “simili”.

Metaverso è davvero la soluzione social che aspettavamo?

La pandemia, con la quale conviviamo da ormai da due anni, ci ha posto nelle condizioni di rivedere diverse abitudini professionali, dai viaggi alla gestione del tempo e dello spazio. Sebbene, come giustamente ci fa notare Cristiano Carriero in Smart Working, lavorando da casa o comunque in luoghi diversi da uffici e luoghi di lavoro le dinamiche non vengano alterate o disperse, e spesso anzi risultino ottimizzate (all’interno del libro, che vi consiglio di leggere, si trovano diverse testimonianze e vari tool per aumentare la qualità della propria attività professionale), bisogna fare attenzione allo scenario, al fine di preservare la socialità, a discapito dell’isolamento sociale.

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Negli ultimi due anni siamo stati costretti a restare in casa tutti, anche i professionisti che non conoscevano minimamente l’opportunità di gestire la propria professione dalla propria abitazione. Nonostante gli impedimenti iniziali (come il senso di smarrimento e la difficoltà di gestione del tempo e degli spazi, comuni e non, nell’organizzare il proprio lavoro), sono state diverse le aziende che hanno potuto constatare una maggior produttività da parte dei dipendenti in smart working.

Il rischio della combinazione smart working e metaverso, però, è di perdere lo stimolo a uscire di casa. La spesa? Ce la porta un fattorino o un drone. Le passeggiate? Cammineremo un sacco virtualmente. Cene e chiacchiere con amici di persona? Avremo incontrato un sacco di gente virtualmente, ci passerà la voglia. E se qualcosa manca in casa, correremo prima di tutto a recuperarlo con i mezzi virtuali, impigriti come saremo. Le notifiche sullo smartphone svolgeranno il loro ruolo.

Ci vorrà tutto il nostro impegno per non dimenticare quanto sia produttivo camminare davvero per strada e liberare la mente dai pensieri che quotidianamente la vita ci ricorda di accumulare. Già oggi il mondo frenetico in cui viviamo ci permette di incasellare a fatica ogni cosa, se non attraverso le innumerevoli app che ci semplificano (?) l’esistenza. Quindi probabilmente il nostro obiettivo sarà di restare un po’ analogici, anche solo per fare la spesa, o incontrare persone, fidanzati, amici e parenti. O no?

Biografia

Nato a Bari, da padre monopolitano e madre barese, lettore assiduo di tutto ciò che riguarda i model canvas, le strategie d’impresa, i comportamenti umani e i racconti intelligenti. Parla e scrive poco, perché ritiene che nella comunicazione poche e buone parole valgano più di mille contenuti scevri di valore. Reputation & brand manager, digital consultant e business coach specializzato in risk management, lavora in Brandya s.r.l., di cui è fondatore e socio.

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