Utilizziamo i social network nella vita di tutti i giorni, nei momenti di svago e in quelli di lavoro, in quanto strumenti utili e per certi versi fondamentali nelle strategie di comunicazione e nel marketing advertising. Ecco, questo è il lato luminoso dei social network, quello vetrina, quello che tutti conoscono; c’è però un lato, quello oscuro, che è ignoto ai più, o forse conosciuto, ma non compreso in profondità. È un tema che resta in superficie, di cui non si parla se non quando si trasforma in fenomeni che incutono terrore (come il sempre attuale Hikikomori e la famosa sfida online “Blue Whale”, che facciamo fatica a cancellare dalle nostre menti) o quando escono film pronti a far luce sul lato oscuro dei social network e su quanto il meccanismo di dipendenza da quest’ultimi danneggi la psiche.

Dall’arpeggio di chitarra elettrica, Brain Damage è la nona e penultima traccia dello storico e straordinario album dei Pink Floyd The Dark Side of The Moon, che in uno storytelling eccellente racconta dell’esistenza umana e di come il tempo, il denaro, l’incomunicabilità e la follia siano delle variabili incisive sulla vita di ognuno. Ecco, Brain Damage nasce con l’idea di raccontare ciò che si rompe nella psiche dell’uomo quando ci si allontana da ciò che è reale: è successo così per Syd Barrett – a cui è dedicato il pezzo – e succede così per chi ha visto il lato oscuro dei social network, ci si è immerso e ci è annegato.

Social network, dati alla mano

Qualche tempo fa dicevamo “se non sei online, non esisti” puntando alla presenza sulle piattaforme che bene o male tutti conosciamo. Oggi (e domani) non basta più; è importante connettersi, creare connessioni, relazioni.

Nel 2021 è di mezzo miliardo in più il numero di utenti a essersi iscritto alle piattaforme social. Sulla popolazione mondiale registrata a inizio anno (7,83 mio di persone) 4,66 mio di persone accedono a Internet, un dato che evidenzia un incremento del 7,3% (o 316 mio) rispetto a gennaio 2020. In più, vuoi anche per le cause legate alla pandemia da COVID-19, sono 4,20 mio gli utenti connessi su piattaforme social; parliamo di un incremento del 13% (490 mln) di persone. [fonte: AudiWeb]

È un numero che spaventa: mezzo miliardo di nuovi utenti, equivale a dire qualcosa come un milione e trecento persone ogni giorno. Oltre al numero di utenti, anche il tempo passato sui social è cresciuto. L’utente medio passa online 7 ore al giorno; stiamo parlando delle stesse ore che passiamo a dormire, il 42% della nostra giornata produttiva.

Ok i dati, ok le statistiche, ma questo cosa comporta?

Ciò che è nascosto o forse preso alla leggera è il fatto che nonostante l’informazione, l’accorciamento delle distanze e la promozione dei brand, il fatto di estendere le proprie reti sociali e professionali, di autopromuoversi e seguire i propri interessi, i social possono essere un posto insidioso da consultare, da frequentare e da vivere, un po’ come quella stradina poco illuminata che non prendiamo mai per tornare a casa.

Il 92% degli adolescenti entra a far parte delle più grandi community online sui social in un range di età che va dai 13 ai 17 anni. Senza considerare il fatto che è proprio la Generazione Y – i millennial – a passarci più tempo, assorbiti totalmente per ore dai contenuti che gli algoritmi regalano loro, durante uno scrollo infinito.

È proprio per la grandissima quantità di contenuti veicolati e trasmessi sui social, come se fossero dei veri e propri motori di ricerca, che queste piattaforme volente o nolente influenzano le scelte delle persone, soprattutto quelle degli adolescenti, colpendo la sfera della formazione e della crescita e intaccando sull’identità personale e sull’autostima.

Come ciò che è virtuale diventa reale

Ciò che piace dei social media è il suo facile e rapido utilizzo e la sua potenzialità nella comunicazione interattiva: danno la possibilità di relazionarsi, conversare, esporre le proprie idee e confrontarsi. Ogni giorno, infatti, su Facebook, Instagram e Twitter – fra i maggiori – sono milioni i contenuti pubblicati e ciò è prova dell’utilizzo massivo che se ne fa.

Chi li ha pensati e ha reso reale ciò che in realtà è virtuale ha pensato a queste piattaforme come dei luoghi in cui avvicinarsi, conoscere, incontrare, trovare, scambiare informazioni. Una sorta di piazza, di foro virtuale. Il passo tra foro e voragine, però, è sulla linea del confine: basta guardarci dentro.

Cosa accade nella mente delle persone che utilizzano in modo eccessivo i social network? Cosa succede a quelle persone che si estraniano completamente dal mondo reale fino a considerare il mondo virtuale l’unico mondo in cui voler vivere?

La ricerca spasmodica di consensi, di like e commenti positivi attivano un’area del cervello (nucleus accumbens), che è l’area che coinvolge anche i fenomeni della ricompensa e che si attiva nei meccanismi di dipendenza da droga.

A tal proposito, nel DSM V – Manuale diagnostico di disturbi mentali, nell’ultima sezione è stata suggerita l’aggiunta della dipendenza da Internet e i social media come patologia mentale. Quali sono i sintomi, dato il preambolo fatto, lo possiamo ben che immaginare: ansia, necessità di collegarsi per ore, movimenti involontari delle dita per digitare, irritazione, solitudine, perdita dell’autostima, scarsità di concentrazione e tante altre.

Influenza e dipendenza

Fra le aree intaccate da questa vera e propria patologia c’è sicuramente la sfera dei danni psicologici, come la depressione, lo spreco di tempo e di energie. Senza considerare il fatto che ogni giorno sotto gli occhi degli utenti passano contenuti fonti di disturbo psichico, come quelli violenti o osceni e messaggi offensivi che possono sfociare nel fenomeno del cyberbullismo.

Inoltre, alcuni contenuti propinati possono intaccare le scelte sugli acquisti, influenzare le relazioni e portare alla mala informazione: ciò può tradursi ad esempio in una percezione distorta della propria immagine corporea, problemi alimentari, disturbi dell’umore e sindrome depressiva.

Si colloca fra questi sintomi e queste patologie, l’Hikikomori, fenomeno di cui si parla ancora troppo poco, ma che colpisce silenziosamente un numero impressionante di persone.

Hikikomori è una parola giapponese che sta per “stare in disparte”: diverse possono essere le cause che spingono chi ne soffre a distaccarsi e isolarsi dalla realtà. L’Hikikomori rompe i legami, sgretola le personalità, finisce per autodistruggere e spezzare in mille pezzi le persone; la colpa è data spesso a contesti familiari rigidi, al carattere introverso, all’ansia o alla paura del fallimento, ma la maggior parte dei casi è ricondotta alla dipendenza da Internet e dalle piattaforme social e virtuali, come conseguenza dell’isolamento. Chi ne soffre, sceglie di vivere una vita in un’altra dimensione che forse o quasi sicuramente trova più stimolante.

The Social Dilemma: manipolazione e trattamento dei dati

A far luce sul lato oscuro dei social è stato il docufilm uscito nel 2020 The Social Dilemma. Ha funzionato proprio come una lente di ingrandimento su temi come la dipendenza dai social media, la manipolazione, lo sfruttamento e il trattamento dei dati degli utenti, attraverso l’utilizzo di tecniche come il data mining e la vendita dei dati personali.

Il docufilm raccoglie un insieme di interviste di ex dirigenti e programmatori della Silicon Valley che disegnano un quadro preciso dei social media e delle problematiche che causano, nello specifico la dipendenza da essi soprattutto nei giovani, il trattamento dei dati nella sfera politica e la manipolazione, sfociando nella diffusione di teorie complottistiche.

Non ci sono monologhi di attori famosi, ma testimonianze: quella di Tristan Harris, ex consulente etico di Google, Justin Rosenstein, co-inventore del tasto “Mi piace” di Facebook e tanti altri. E sono proprio loro a spiegare il sistema manipolatorio alla base dei social media che portano a mantenere incollati gli utenti alle reazioni e a passare il tempo fra le visualizzazione e le ricerche.

Che i social siano costruiti su degli algoritmi precisi lo sappiamo bene, così come sappiamo che le piattaforme selezionano per gli utenti svariate combinazioni di contenuti, persino l’ordine dei post, sulla base delle preferenze dell’utente, proprio come chi è online inconsciamente si aspetta di visualizzare. Si innesca così il meccanismo psicologico del “rinforzo intermittente positivo”: rilascio di dopamina, ormoni e neurotrasmettitori che inducono l’euforia che a sua volta spinge l’utente a non fermarsi, a scrollare sempre di più, senza sosta, a cercare nuovi contenuti per avere nuovi stimoli e procedere così all’infinito.

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Il docufilm approfondisce anche come i social media abbiano cambiato le regole del mercato, invertendo i meccanismi di domanda-offerta, entrando in possesso dei dati che determinano i gusti e le preferenze dei consumatori. È così che, come afferma Tristan Harris, i social studiati per carpire i comportamenti e le preferenze degli utenti trasformano gli utenti in prodotti per gli inserzionisti. “Se il prodotto che stai utilizzando è gratis, allora il prodotto sei tu”: più precisamente con questa affermazione faceva riferimento al tempo e all’attenzione che gli utenti dedicano ai contenuti online sui social.

Dai a meme a Cambridge Analytica, l’importanza di sapersi difendere

I social network possono aiutarci facilmente e rapidamente a socializzare, mantenere rapporti con affetti lontani, farci conoscere professionalmente parlando, autopromuovere le nostre capacità o quelle delle aziende per le quali lavoriamo. Sono a tutti gli effetti degli strumenti di lavoro, oltre che di svago e divertimento.

Sono parte integrante della nostra quotidianità; proprio per questo motivo è necessario conoscerli a fondo, per sapersi difendere dalle teorie complottistiche, comprendere il vero che c’è in ciò che è accaduto negli ultimi anni, non sottovalutare la possibilità di cadere nell’oblio della dipendenza da social, conoscere i rischi, calibrare le proprie scelte in ottica privacy e autotutelarsi in materia di trattamento dei dati.

Perché questo progresso vestitosi da social network possa significare solo “evoluzione” e mai essere tradotto in “involuzione”.

Biografia

Copywriter e content creator junior, racconta storie, gioca con le parole. Per lei scrivere è una valvola di sfogo, il buio profondo, la luce, le mani di chi ti spinge giù in un burrone e quelle che subito dopo ti calano giù la corda per salvarti. Ha voluto approfondire il mondo delle neuroscienze e come la mente del consumatore percepisce la comunicazione dei brand fin da quando era fra i banchi dell’università.

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