“Punto, due punti e punto e virgola”: l’italiano corretto oggi è sexy, lo direbbe anche Totò.

Avete presente quelle giornate che iniziano un po’ così, grigie e pensierose?

Sorseggi un Earl Grey – anche lui grigio! – in abbinata all’unico caffè che il tuo stomaco tollera, la rubrica quotidiana di Massimo Gramellini, e improvvisamente ti rendi conto che, ecco, nemmeno quello va giù. Mercoledì 17 novembre si parla di una petizione che ha già raggiunto le quarantamila firme: gli studenti delle scuole superiori chiedono al ministro dell’Istruzione di non reintrodurre, negli esami di maturità, le prove scritte sospese dal 2020 causa pandemia. Sorvolando sulle brillanti uscite allusive ai fantomatici calli alle dita e alla tragica organizzazione del pensiero che la scrittura provoca, la mia attenzione cade su un passaggio in particolare: “Grazie ai social, nessuna persona sana di mente riesce ancora a leggere più di mezza riga di uno scritto qualsiasi senza venire colta dal mal di testa”. Grazie ai social. E qui, in qualità di responsabile della divisione digital di un’agenzia di comunicazione, non posso fare a meno di sentirmi chiamata in causa.

Siamo proprio sicuri che vogliamo questo futuro per la nostra già povera e bistrattata lingua? Ma, soprattutto, siamo sicuri che un italiano usato come si deve, con un lessico vario e grammaticalmente corretto, sia così anacronistico e passato di moda? Che scrivere bene non possa tornare a essere elemento premiante, distintivo e di valore?

Dalla consecutio temporum alle conversioni

Lasciamo da parte per un momento temi tecnici quali la SEO, l’UX writing, la scrittura persuasiva, oppure etici come l’inclusione, e facciamo un passo indietro. Torniamo a quando da bambini ci sciroppavamo pagine e pagine di analisi logica e grammaticale, per passare a quella del periodo; a quando surfavamo più o meno convinti tra coordinate, subordinate e complementi di vario genere. Poi, per i più fortunati, sono arrivati Dante Alighieri, Manzoni e il latino, con la sua consecutio temporum. Finisci gli studi, approdi al mondo del lavoro, magari decidi di occuparti della comunicazione di un brand e lì lo shock: sembra che convertire, vendere, scalare, ottimizzare sia tutto ciò che conta. O peggio: siccome i testi “tanto non li legge nessuno” si affida la parte di scrittura al meno interessato, che mette insieme un tot di frasi sconnesse e, perché no, anche “un impresa” senza apostrofo, visto che la lettura oggi è solo scanning e skimming e queste LEGGEREZZE passano inosservate.

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Giustamente ci sarà chi pensa: “Beh, ma tu sei un’addetta ai lavori e pure grammarnazi, la tua opinione è relativa”. Proviamo allora a calarci nel quotidiano con tre grandi classici, situazioni in cui bene o male ci siamo trovati tutti, prima o poi.

“Nella splendida cornice” dei cliché nel turismo

Bello, finalmente arriva il ponte dell’8 dicembre, controlli di avere quegli agognatissimi giorni di ferie e ti trovi a prenotare una fuga di qualche giorno. Subito recuperi una serie di link archiviati tra i preferiti, screenshot di Stories degli amici più invidiati, post di travel blogger salvati su Instagram. Apri i siti delle strutture che ti piacciono di più ed è subito:

  • Servizi esclusivi (tipo?)
  • Ricco buffet (che c’è per me che mangio salato?)
  • Vacanza indimenticabile (ma non dovrei dirlo io?)
  • Unico nel suo genere (quale genere?)

Non citiamo poi spaziature e a capo in freestyle e l’indicibile serie di “noi” che costella ogni paragrafo di testo.

Ok, suvvia, prenotiamo, ma fastidio zero, nemmeno un pochino?

Ortografia e grammatica delle CTA, queste sconosciute

È sera, ti senti particolarmente propositivo e decidi di iscriverti a quel corso che avevi adocchiato tempo addietro: entri nel sito, per prima cosa compare il popup dei cookie, flagghi un bel “Sono daccordo” e già ti senti un po’ (o un pò?) male. Scorri la pagina e finalmente eccolo, un bel pulsante tono su tono che dice “Scopri di piu’”: proprio non ci piace questo accento, e la scritta è pure in stampatello minuscolo, cade anche la scusa del glifo.

Acquisti il corso, coscienza pulita, ma per curiosità visiti anche la pagina dell’intera proposta formativa. Tre bei colonnoni di parole senza mezzo grassetto, senza spaziature, e riecco il tasto “Scopri di piu’” alla fine di ciascuna colonna. Nel momento in cui ne clicchi uno, un UX writer da qualche parte muore tra atroci sofferenze. Pazienza, tanta!

Una chicca: all’epoca in cui mi re-iscrissi a Spotify, il 25 gennaio 2019, questa la schermata di accesso, con un bel “Qual’è” in pole position. Onore al merito, correzione avvenuta. Un paio di mesi dopo.

Certo, se vogliamo proprio essere pedanti Treccani ci dice che “La grafia qual’è con l’apostrofo è presente nella letteratura del passato, anche recente: Qual’è il piacere che volete da me? (C. Collodi, Le avventure di Pinocchio) – Do un’occhiata alla casa e capisco qual’è la camera” (F. Tozzi, Ricordi di un impiegato)”.

Stridore di unghie su vetro.

Utility e utilità dei canali social

Domenica mattina, ti alzi con calma, fai colazione, apri il rubinetto per lavarti i denti ed esce un filo sottilissimo d’acqua. Ti tocca attivare il criceto del cervello, gli sportelli clienti sono chiusi, forse ci sarà un numero verde per contattare l’assistenza del gestore. Google non dà risposte, apri il sito, purtroppo però è in down quindi ti tocca ricorrere all’ultima spiaggia, i canali social. Qui partono le sliding doors.

  • Caso 1: immagine di copertina con logo sgranato, sezioni statiche vuote, ultimo post sgrammaticato e tutto in maiuscolo di marzo 2014, è dramma. Alla fine, spazzolino in mano, esci in pigiama e suoni il campanello del vicino chiedendo asilo, sperando che non sia nelle tue stesse condizioni.
  • Caso 2: immagine coordinata curata, sezioni compilate, contenuti regolari, ben scritti e vari e soprattutto un bel post fissato in alto. Il copy è chiaro e conciso, c’è una sintesi dei numeri utili. Chiami al volo l’assistenza, richiedi l’intervento e mentre aspetti che arrivi il tecnico scorri gli altri post, tutti piacevoli e curiosi. Non c’è niente da comprare, ma un bel “Mi piace” non ce lo metti?

“Diteci la vostra”

A questo punto per me è tutto chiaro, ma mi hanno sempre insegnato che per argomentare servono anche i numeri. E diamoli, questi numeri! Non avendo trovato una folta bibliografia sul tema in questione ho lanciato un piccolo sondaggio sul mio canale LinkedIn che al momento, purtroppo o per fortuna, vede una panoramica di collegamenti molto eterogenea. La questione posta è molto semplice:

State per comprare un prodotto che vi piace moltissimo (diciamo che l’avete anche già provato) ma vi accorgete che su diversi post social del brand di questo articolo sono presenti degli errori grammaticali gravi, ad esempio un “qual’è” o un congiuntivo totalmente sbagliato.

Come reagite? Acquistate lo stesso?

Ecco il responso: gli estremisti che non concluderebbero l’acquisto per l’eccessiva seccatura nei confronti del brand fallace sono solo il 31%, il restante 69% è più magnanimo, però… Il però c’è: tra questi, coloro che affermano di non prestare molta attenzione e di non farsi condizionare dalla correttezza formale dei contenuti sono solo il 6%. La gran parte conferma la percezione di perdita di prestigio della realtà sotto la lente d’ingrandimento, oppure interverrebbe con recensioni o commenti caustici, che senza dubbio potrebbero inficiare la reputazione del marchio. C’è chi è certo che un acquisto potenzialmente d’impulso diverrebbe invece un acquisto ragionato, chi è appassionato di racconto e tiene lo storytelling ben svolto come condizione discriminante.

Non manca chi ammette che in ogni caso i refusi fanno venire l’orticaria o, addirittura, citando la mia cara amica e collega Romina, che l’errore di grammatica o di ortografia non è accettabile “soprattutto se il brand in questione vanta una ‘ottima cura per i dettagli’ e propone tutto rigorosamente ‘made in Italy’”.

Attenzione, quindi. A quanto pare correttezza e cura conquistano, al contrario i “ma” a lungo andare minano, logorano, rischiano di rovinare il rapporto tra il brand e la propria community, rapporto peraltro considerato fondamentale in tutti gli studi di settore.

Che dite, la facciamo tornare di moda, anzi, in auge, questa grammatica?

Biografia

Classe 1988, cresciuta correndo tra il linoleum della palestra e il bancone del bar dove lavorava da studente, non può vivere senza carta e penna, libri, gatti e musica. Laureata in editoria e giornalismo, dopo un’esperienza in casa editrice si avvicina all’universo delle agenzie, dove tocca con mano le diverse declinazioni della comunicazione, dalla scrittura all’organizzazione di eventi, alle dinamiche legate al mondo del web e dei social. Oggi digital project manager e UX writing lover, domani chi lo sa.

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